Le Luci Della Centrale Elettrica – Canzoni da Spiaggia Deturpata – Parte 1


Caro lettore,

L’opera che recensirò oggi è firmata da una figura nascente dell’arte in lingua italiana, una figura davvero molto contestata da tanti che la conoscono, ma secondo me un grande artista con enormi potenzialità, probabilmente uno dei più grandi nella scena contemporanea. Parlo del giovane Vasco Brondi, ferrarese, scrittore, poeta e cantautore sotto il nome del progetto “Le luci della centrale elettrica”; in particolare, l’opera qui presentata quest’oggi è il primo album in studio del progetto musicale: “Canzoni da spiaggia deturpata” del 2008.

Prima di affrontare l’analisi dell’opera, tratteggiamo un contorno sommario dell’artista. Le principali critiche che vengono rivolte a Vasco Brondi sono quelle di utilizzare basi musicali banali e comporre testi senza senso, che non sono critiche del tutto folli, che altrimenti non avrei neanche citato, ma semplicemente derivano dalla mancanza di alcune precisazioni che bisogna fare prima di ascoltare questo (o anche leggere) questo autore. Non pensare che con questo stia sminuendo la bravura dell’artista, bisogna solo capire che “Le luci della centrale elettrica”, e specialmente in “Canzoni da spiaggia deturpata”, punta ad esaltare i concetti espressi dal testo, a creare basi musicali che si plasmino al fine da essere quasi un piano d’appoggio e un contorno al messaggio diretto, ragione per il quale non si può permettere grandi elaborazioni virtuosistiche per le basi. Si veda, per esempio, il grande Roger Waters, esemplare di questa soprattutto sua tendenza progressista, il quale tuttavia riesce, è vero, a non fare spesso a meno di virtuosismi e ampi momenti musicali elaborati per diversi tipi di comunicazione dei messaggi applicati insieme nell’opera, contro il singolo binario su cui ha scelto di muoversi invece Vasco.

Poi, il genere, a cavallo tra il folk-rock e l’indie-rock, come saprai se hai ascoltato un po’ di musica, ha una tendenza a giocare più sull’incisività dei riff che sulla loro elaborazione di solito, senza comunque cadere in vera e propria banalità, sicché anche Vasco riesce, a mio parere, a non essere mai noioso, sempre orecchiabile e, al limite, solo attento a non lasciar togliere dalla musica l’attenzione per le parole, pur non mancando di fantasia non appena la composizione glielo conceda. Inoltre, l’intento de “Le luci” sembra costruire una sorta di “punk gentile”, di “punk tematico”, e quindi la volontà, ancora una volta, di prediligere l’incisività delle canzoni è sottolineata in questa maniera.

Passando al secondo punto, il metodo di scrittura dei testi, e quindi della comunicazione dei messaggi per Vasco, non è unico nel suo genere, ma è decisamente curioso, comunicativo ed artistico, ma, senza spendere il tempo che richiede per decifrarlo o almeno capirne le intenzioni profonde, può sembrare un gettare parole a caso in versi di poesia. Infatti, sia nelle opere letterarie, nelle novelle visive, nelle opere musicali, nelle poesie, Vasco Brondi propone i suoi messaggi rigorosamente come susseguirsi di metafore una dietro l’altra, non di rado abbellite da figure retoriche come anafore, allitterazioni, assonanze o simili, senza soffermarsi eccessivamente (anche se nemmeno poco) sulla più classica rima. Ovviamente, opere del genere o si analizzano come si deve – e, per ascoltatori abituati a cose simili, non è difficile in quanto, nonostante tutto, non sono metafore esclusive, ma piuttosto dirette nel loro velo letterario – o si scambiano per banalità casuali.

La vera peculiarità unica di Vasco Brondi, per ora, è questa, invece: se parlare d’amore nelle canzoni è molto di moda, quasi un obbligo in radio, e una scelta che spesso porta a cadere nello scontato in musica, e se parlare di problemi sociali, politici, ideologici è una delle abitudini dell’arte musicale che porta, spessissimo, gli artisti che scelgono questi argomenti a trattare quasi esclusivamente di questi (nella maggior parte dei casi, tuttavia, senza essere ripetitivi e senza che questa decisione pesi sulla produzione), “Le luci della centrale elettrica” crea una musica che riesce a fondere, per la prima volta per quello che conosco io, ma sicuramente con abilità non comuni, questi due temi nella stessa opera, amalgamando, appunto, amore e lamento sociale in un perfetto e nuovo sinolo concettuale.

“Canzoni da spiaggia deturpata”, infatti, è un concept album basato su questa idea, come forse già lascia intuire il titolo: il tema dell’amore è presentato dal richiamo alle famose canzonette da spiaggia, le leggere canzoni estive spensierate e senza senso, che però in questo caso non possono esprimersi nella loro sterile semplicità banale perché la “spiaggia”, dove dovrebbe svolgersi la felicità senza pensieri, è deturpata da una società malata, problema che da Vasco viene trasmesso più come una specie di “malessere diffuso”: ciò obbliga queste canzoni di cui si parlava ad elevarsi al grado artistico (elevato) di quello che ascolteremo per sopravvivere nella nuova “spiaggia deturpata”. Il tema dell’amore, inoltre, è sottolineato anche da una specie di dualità che viene sottolineata attraverso i testi tra un io lirico e un tu lirico: tutte le canzoni sembrano cantate ad una stessa ragazza, la cui immagine, tuttavia, è destinata a plasmarsi lievemente al variare dell’io lirico, di come, quindi, egli vede la sua metà. Ultima precisazione: il contesto di disagio sociale e crisi umana in cui è inserita la virtuale storia d’amore, che a sua volta sembra fare da contorno al suo contesto, non è comune e molto si distacca da pratiche disquisizioni filosofiche, morali, ideologiche sulle sue cause (come più comune in opere che parlano dello stesso argomento), ma è più una creativa descrizione sotto infiniti aspetti del malessere che colpisce l’individuo del terzo millennio, come se fosse questo una specie di male esistente e sovrano di per sé che opprime gli uomini e malgrado il quale essi devono cercare di sopravvivere; questi concetti, un po’ astratti probabilmente, si capiranno molto meglio analizzando i testi delle canzoni, comunque. Si noti che molti dei versi, se non quasi tutti, delle canzoni derivano da poesie postate sul blog di Vasco Brondi, che l’anno successivo comporranno il suo primo libro.

Un altro vantaggio del metodo di comunicazione del messaggio di Vasco è anche l’agevolezza nel costruirlo, poiché si presenta come una catena composta dai significati delle singole metafore, oltre i limiti delle canzoni, che poi, nella mente dell’ascoltatore, si articola. Quindi, anche se questo è sottinteso in ogni mia recensione, per quest’opera credo che sia abbastanza importante ribadire esplicitamente che le mie interpretazioni delle metafore e del messaggio sono per lo più soggettive, anche se, credo, in molti casi condivisibili; questo non vuol dire che siano opinioni fini a sé stesse, ma io credo che l’arte, per la sua origine di enunciazione personalizzata della verità, dia l’opportunità a chiunque assista a qualche opera di poter dare la propria interpretazione che, se logica, è comunque vera a pari merito di quella di chiunque altro, artista compreso.

1) “Lacrimogeni” apre l’opera e getta già nel clima tipico dell’album: massiccio uso dell’accompagnamento della chitarra acustica impreziosita qua e là da quella elettrica, dal basso elettrico, da percussioni e da tastiere; un impianto tipico rock essenziale e ancora più attento ai suoni acustici, in origine ancora più grezzo ma poi ammorbidito dalla produzione di Giorgio Canali, famoso per essere stato il leader dei CCCP. Un po’ il proemio dell’opera, contestualizza in modo sbrigativo e tuttavia esaustivo i temi dell’album: si prega la ragazza oggetto dell’opera di, in qualche modo, concederci la forza di sopravvivere in questo mondo che, con i suoi aspetti negativi, ci vuole indebolire lanciandoci dei lacrimogeni, sia fisici, sia “emotivi”, ovvero tutte le cose demotivanti che derivano dalla società del terzo millennio, che ci frenano nello sviluppare la nostra felicità e potenzialità.

Infatti, sullo scenario di problemi come la burocrazia e l’insostenibilità degli affitti delle abitazioni e come file di carri armati pronti all’uso, la società ci toglie le forze in maniera tale da accorciare i nostri orizzonti, al punto da farci sembrare soluzioni efficaci il trasgredire la norma andando a dormire senza toglierci le scarpe, al punto da desiderare come grandi futuri utopici condizioni banali come “non finire mai le sigarette e non avere mai le mani fredde”. Poi, si prega la nostra “musa” di proteggerci, con la positività che può concederci, risanando così le nostre potenzialità, dai lacrimogeni, appunto, dalle canzoni inutili (commerciali, che ci distraggono e non ci dicono niente), dai manganelli che colpiscono le sopracciglia (dagli sforzi fisici e psicologici della società per chiuderci con la forza gli occhi sui problemi) e dalle piogge acide (l’approfittarsi dell’uomo sulla natura, argomento che tornerà spesso nella produzione de “Le luci”). Infine, si supplica la ragazza anche di portarci “a bere dalle pozzanghere”, ovvero a permetterci di tornare ad uno stile di vita più semplice e più puro, lontano dall’inquinamento dell’urbanizzazione e dalle paure che ci infondono su ciò di cui naturalmente non dovremmo avere paura, come l’acqua piovana che può, nel terzo millennio, effettivamente diventare tossica.

2) “Per Combattere l’Acne”, forse la più famosa dell’album, continua sulla linea della precedente, traslando l’attenzione, progressivamente, sul suo tema centrale che è la superficialità che consegue dal restringimento degli orizzonti dell’individuo. Le guerre, ancora una volta sia fisiche che figurate, intese come avvenimenti negativi provocati dalla società che pesano sulle vite delle singole persone, fanno chiudere gli occhi (“rimboccano le palpebre”), costringendo gli uomini a guardare cieli anche così lontani da non essere realmente preoccupanti per loro (come quelli di Chernobyl visti “da qui”, da Ferrara), che sono costretti a vedere i loro desideri come sempre più lontani perché sono portati a preoccuparsi per continue nuove demotivazioni provenienti da ogni dove (esplosioni di “moduli lunari russi o giapponesi o americani”). Alcuni, al limite, possono permettersi di arrampicarsi sulle impalcature preparate dalla società stessa, come si desume dal fatto che i temi di problemi della società e dell’urbanizzazione vengono trattati come parenti da Vasco, per prendere un po’ di sole da concedere, guadagnandoci in popolarità, a degli “spacciatori” di buonumore (condizionato) che sarebbero i media, come poi intuiamo dall’immagine del “lavarci i denti (cioè la bocca, i nostri discorsi, i pensieri che condividiamo) con le antenne della televisione durante la pubblicità”.

Infatti, ci siamo così accecati col consumismo (abbassando le saracinesche dei negozi sui nostri occhi), dato che “con le nostre (sterili) conversazioni serie si arricchiscono solo le compagnie telefoniche”, dato che noi “siamo l’esercito del SERT (associazione per il recupero dei tossicodipendenti)”, ovvero che le nostre mozioni di rivoluzione vengono prese con la serietà che si concede comunemente ai drogati, sempre a causa della superficialità della società. In questo mondo in cui si cerca la popolarità, l’accettazione sociale, paradossalmente si va a cercare anche la riservatezza, data la paura di esporre la propria opinione, e, infatti, la ragazza a cui è idealmente dedicata l’opera, evidentemente non del tutto salva dalle manipolazioni sociali, esalta Parigi perché non volerebbe una mosca (affermazione palesemente assurda); la paura di esporre la nostra opinione ci induce a nascondere la nostra fede benedicendoci in “chiese chiuse” o in “farmacie compiacenti” (dove gli affari si gestiscono sottobanco), la superficialità nello stringere patti importanti come il matrimonio a saldare questi legami con materiali instabili, riutilizzati e tipici della mera copertura di ferite (interiori) come i “cerotti usati” e a svuotare le piazze, che mancano di manifestazioni per cambiare le cose, perché tutti sono impegnati “a combattere l’acne”.

La superficialità crea tuttavia nell’individuo manipolato una sensazione di serenità o almeno di beata ignoranza in merito ai problemi reali e perciò tutti appaiono “in ferie” costantemente, quindi viaggiano e a spese nostre (sulle nostre “arterie”, sia anatomiche sia stradali) e sulle autostrade, deviate ad arte con “lavori in corso” (sempre metaforici) per spingere l’automobilista ad andare in città e “invidiare le ciminiere perché hanno sempre da fumare”, ovvero amare la vita di città e ciò che comporta per la sua promessa di abbondanza materiale. Le notti vengono continuamente sprecate e siglate dalle madri che parlano, dandogli ascolto e fiducia, con i “ventilatori negli inceneritori”, che potrebbero essere quelli che tentano, invano, di portare buon senso in una compagnia, un gruppo di ragazzi con cattivi comportamenti; le schede elettorali e i capelli della nostra “musa” sono i “fili scoperti” del macchinario del sistema, ovvero i mezzi con cui si propaga come un’energia la manipolazione, che passa dai voti e dai cervelli dei manipolati. Per combattere tutto questo, però, noi possiamo “costruire delle molotov coi nostri avanzi”, quindi far pesare come proteste le nostre difficoltà, e “fare dei rave sull’Enterprise”, drogarsi di felicità prese da mondi alternativi a quello sensibile, reale, in attesa di poter “far rifare l’asfalto per quando tornerai”, ovvero poter accogliere la ragazza anche se questo dovesse voler dire piegarsi in parte a ciò che le piace di sbagliato per colpa delle manipolazioni, giustificato dai suoi capelli, che ancora sono “fili scoperti” e “nastro isolante”, materiale che isola il cervello dalla realtà.

3) “Sere Feriali” cambia completamente il clima musicale, annunciandosi con timpani, basso e chitarra elettrica, virando verso una visione più eccitata e nel contempo tesa di sere passate ad ammazzare il tempo in ogni stupido modo possibile, persi senza capacità di vedere obbiettivi da fissare per colpa dei problemi di cui si parlava. Questa voglia di cercare passatempi che, spesso, ricalchino cose viste in televisione a prescindere dalla loro bellezza, si riflette nella voglia dell’io lirico dell’imitare i “brutti film” in cui ci si rincorre (nella seconda strofa “film melodrammatici di merda”), mentre la sua metà si “riposa sui cofani delle automobili sotto gli alberi asmatici” (resi asmatici e quindi profondamente snaturati essendo fonte di ossigeno dall’urbanizzazione che li circonda), alzando i pugni per arrendersi, per accendersi le sigarette con i fulmini (cioè per lasciar soddisfare le proprie esigenze in modo passivo al caso, spesso in Vasco Brondi le sigarette sono sinonimo di piacere basilare), per “rincorrere i tir su motorini elaborati” (per tentare di raggiungere grandi obbiettivi quando i nostri mezzi sono indeboliti dalla società, nonostante le elaborazioni che noi possiamo fare per migliorare la nostra condizione). Questa ingenuità del cercare le inutili distrazioni a noi proposte ha il suo culmine nel credere così ciecamente in ciò che la società propone come buono che, se ci vendesse fumo e questo profumasse di paraffina, noi non sospetteremmo che sia paraffina.

La seconda strofa è affrontata con più rabbia e, dopo aver riproposto la primissima immagine, esprime stavolta il disprezzo dell’io lirico per l’omologarsi a quegli squilibrati che nelle città trafficate popolate da altri alberi malati ammazzano le sere feriali proponendo spettacoli estetici (“invece dei dormitori per i tossici delle sere feriali a verniciare i treni in ferma sotto gli alberi stempiati, tra i viali trafficati”) per attirare la ragazza  (“per sorprenderti”) con la loro appariscenza e nonostante la loro inutilità, allo stesso modo della pratica di “fotografare i fulmini”, lavoro spettacolare se riuscito, ma dispendioso di tempo e fatica ed inutile. E, poi, si torna ancora a rincorrere tir e trip (allucinazioni provocate da droghe, se non lo sapessi) su motorini elaborati e ad apprezzare il profumo di paraffina dal fumo che ci siamo comprati. Ma – la svolta tematica è sottolineata da un notevole incresparsi della base musicale – la società vuole che ci creiamo anche una serie di paure e di superstizioni assurde simili a quelle a cui si accennava nell’ultima immagine proposta in “Lacrimogeni”, come temere i gatti (gli animali in generale, in virtù della superiorità umana e urbana) poiché con l’aids, in contrapposizione a timori molto più sensati come quelli dei “passanti che gettano i cervelli dal cavalcavia sui nostri pomeriggi troppo lunghi, troppo azzurri”, ovvero degli sconosciuti che, facendo a meno dell’uso del cervello, utilizzano le loro idee stupide come arma per rovinare momenti troppo sereni, concentrati e produttivi.

L’ultima immagine riprende quella degli squilibrati delle sere feriali nei dormitori (visti luoghi di ritrovo e organizzazione di questi individui), ora “naufraghi” perché persi in questi circoli viziosi di sere comuni e noiose, e “turisti negli inferni sproporzionati” della ragazza, nelle, cioè, sue visioni esageratamente drammatiche del problema (in momenti come questi si nota come la figura del tu lirico venga distorta fortemente dal variare dell’io lirico in quest’opera), i quali, schiavi dell’apparenza fino all’ultimo, allungano fuori dai finestrini delle loro macchine distrutte da incidenti stradali persino le braccia per “fotografare le braccia e le lamiere storcersi”, così da poter osservare, pseudo-filosoficamente, come l’uomo sia “friabile”, debole fisicamente, ma, nella metafora del testo, anche mentalmente poiché facilmente manipolabile.

Insomma, pare chiaro, lettore, come un’opera strutturata in questa maniera abbia bisogno di una scansione più completa e scrupolosa che altre opere, poiché il messaggio è “spalmato” su tutte le immagini che si susseguono nelle metafore dei testi, e perciò questa recensione sarà un po’ lunga. Motivo per cui, dividerò questo articolo in due parti, concludendolo nella prossima.

Ciao, Ema

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Arte, Musica e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

3 risposte a Le Luci Della Centrale Elettrica – Canzoni da Spiaggia Deturpata – Parte 1

  1. Pingback: Le luci della centrale elettrica - Piromani

  2. Alessio Corsi ha detto:

    sei un grande….uno dei pochi che ha provato veramente a capire i testi di vasco fino in fondo senza bollarli come incomprensibili. grazie

    • emamartin ha detto:

      Grazie mille, mi fa davvero piacere! Testi così densi di tanti elementi messi in analogia in maniera ardita devono essere analizzati e interpretati a fondo… A dir la verità non si smette mai di pensare nuovi aspetti metaforici che le parole che usa possono comunicare: l’esatto contrario di chi crede non abbiano senso!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...