Aggiornamento: Allegra!


Caro lettore,

Avevo scritto qualche mese fa per presentare il mio primo romanzo, Allegra! (la cui trama può essere scoperta nello scorso articolo pubblicato), con la promessa che mi sarei rifatto vivo quando sarebbe stato disponibile. Bene, ci siamo!

In questi giorni è uscito ufficialmente, edito da Lettere Animate Editore. Si può trovare:

  • In versione ebook sui maggiori store online (Amazon, Feltrinelli, Hoepli, Ibs…),
  • In versione cartacea per ora su Youcanprint, Ibs e Amazon,
  • Su ordinazione da qualsiasi libreria!

E non dimenticare di lasciare un “mi piace” sulla pagina Facebook “Emanuele Martinelli”!
Immagine copertina

Grazie mille se vorrai darmi il tuo supporto,
A presto!
Ema

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Allegra!


Copertina 1 Silk 2.0

Caro lettore,

Qualche tempo fa ho scritto nella sezione “About” che mi sarei ritirato dall’attività del blog per qualche tempo perché stavo scrivendo il mio primo romanzo. Il libro è stato completato definitivamente circa due mesi fa, e da quel momento sono alla ricerca di una casa editrice che voglia accogliere il mio lavoro tra le braccia. Ho già cominciato la stesura del secondo scritto, una cosa decisamente diversa dalla prima, ma nel frattempo credo sia giunto il momento di farne una breve presentazione qui. In fondo a quest’articolo lascerò i miei contatti – sia mai che sia proprio tu, lettore, in grado di darmi una mano e di indirizzare la mia opera prima ad un destino dignitoso!

Il romanzo si chiama “Allegra!” e unisce nel suo filo più dimensioni, argomenti e atmosfere differenti, diverse chiavi di lettura. Ho scritto un libro distopico, cioè una vicenda ambientata in un futuro – siamo nel 2173 in questo caso – in cui le cattive abitudini dei nostri tempi hanno condotto il mondo ad un’epoca terribile, invivibile. I gesti dei personaggi e il messaggio generale dell’opera mirano a contrastare questa distopia, questo destino insopportabile, e a creare di contro un’utopia che ci ammonisca su cosa sia meglio fare.

La storia: nel 2173 il mondo è politicamente e culturalmente unito sotto l’America, o per lo meno sotto quella cultura di massa di base statunitense di cui siamo investiti non appena accendiamo la TV. La lingua ufficiale è infatti l’Americano, tutti i nomi sono inglesi, le parlate che noi oggi consideriamo lingue a tutti gli effetti sono chiamate “dialetti” nel 2173. La gente ha letteralmente perso la pratica di uscire di casa, perché si può fare qualunque cosa col Computer e con i moduli per il teletrasporto dei servizi che vi ci sono collegati. E come si passano le giornate in questo mondo? Con la costante presenza dei media, dei social, del Telegiornale Orario Obbligatorio che diffondono le direttive del “Ministry of Trends” (“Ministero delle Tendenze”), cioè che diffondono le credenze e le mode che tutti devono seguire con passione per non essere esclusi dalla società.

Nel 2173 le metropoli di oggi si sono ingrossate enormemente, tanto che – precisamente dal 2086 – ogni zona non intensivamente urbanizzata del pianeta è disabitata perché letteralmente chiunque s’è trasferito in città. Brian, il protagonista, vive infatti nella metropoli di Milan e conduce una vita in questo senso perfettamente nella normalità. Ad un certo punto verrà contattato da una misteriosa figura in chat, Peider, che comincerà a rivolgergli delle domande dapprima scomode, poi pseudo-filosofiche: “Che ci fai lì?”, “Perché non esci?”, “Non credi che potresti puntare a qualcosa di più?”, “Le cose devono per forza essere così come sono?”. Nonostante le titubanze iniziali, Brian alla fine deve cominciare a stendere uno sguardo critico e attento sul mondo che lo circonda, scoprendo che il suo tempo non gli riserva che infelicità e insoddisfazione.

Le discussioni tra i due continuano a diventare sempre più intense e a toccare delle riflessioni sempre più preziose. Risvegliato, Brian trova infine la forza di scappare di casa come nessuno aveva mai fatto – almeno secondo i media – da secoli. Dopo varie peripezie, giunge a Bormio, un paesino sperduto nelle Alpi abbandonato fin dal 2086. Lì inizierà ad apprezzare uno stile di vita diverso da quello di chiunque nella sua epoca, uno stile di vita non necessariamente selvaggio, ma naturale, a misura di cos’è l’uomo davvero. La sua crescita interiore sarà totale: filosofica, culturale, esistenziale, anche sociale, dal momento che avrà occasione di riscoprire la sua appartenenza ideale al popolo che anticamente aveva abitato Bormio. A questo punto siamo al capitolo 14 su 19 almeno, tutto il resto sarebbe un’anticipazione eccessiva.

L’opera cerca di intrecciare in questa cornice più filoni di riflessione, che cercherò di riassumere. Il quadro della distopia del 2173 in generale è chiaramente una tipica denuncia sociale ad un’umanità i cui errori sono tanti, ma il cui errore principale probabilmente è l’ossessione per la comodità: le persone vuote di questo mondo sono quelle che non agiscono mai in vista di fare qualcosa di grande di sé, di ricercare il senso della vita, ma che agiscono unicamente per avere tranquillità e piacere, per il progresso fine a se stesso. Quella è la via per perdere la propria umanità, che invece Brian impara a riacquistare con un percorso si riconquista della sua libertà, della sua capacità di vedere autonomamente ciò che gli si trova davanti.

La tendenza a cercare il progresso sopra il significato delle cose si ritrova anche nella Bormio abbandonata, dove giacciono come colossali testimonianze di un tempo più vicino a noi i segni di un’urbanizzazione sconsiderata, irrispettosa dell’ambiente, cieca. Questo non è solamente un messaggio ambientalista che lascia il tempo che trova: l’uomo spesso non si rende conto che la sua stessa personalità si modella sull’ambiente naturale in cui vive, perché così viene plasmata la sua mentalità, la sua società, la sua concezione della realtà in generale. Una civiltà che, in funzione del progresso, distrugge le caratteristiche della sua terra e anzi decide di emulare la terra di qualcun altro è una civiltà che muore e che si sta uccidendo con le sue stesse mani.

In questo contesto, con la fuga di Brian la sua crescita spirituale avrà occasione di smettere di essere solo la salvezza di una singola persona. Riscoprirà la storia di Bormio e il popolo travagliato che vi abitò nei secoli – prima e durante il nostro tempo -, fino a determinare che la concezione della realtà che ha sviluppato è totalmente compatibile con la concezione della realtà dell’ambiente alpino di Bormio, cioè con l’appartenenza allo spirito del popolo di Bormio. Eccoci al significato del titolo dell’opera: “Allegra!” non si rifà al nome di alcun personaggio, ma significa semplicemente “Ciao!” in romancio, la lingua (oggi parlata esclusivamente in Svizzera, nel Canton Grigioni) che è sempre stata parlata in quella terra. La critica si tingerà anche di riferimenti storici, presentando la tesi secondo cui la vera collocazione politica per la Bormio anche di oggi dovrebbe stare nella terra dei Grigioni e sotto lingua e cultura romance, non sotto l’artificiosa appartenenza allo Stato italiano.

Il caso di Bormio è ovviamente un caso concreto che la trama deve adottare proprio perché racconta una storia, ma è il campione di un messaggio più ampio. Ogni uomo, se vuole crescere spiritualmente fino a ricercare il senso della vita, deve ricercare – come parte del suo percorso – l’appartenenza alla cultura di un popolo, la connessione con un certo ambiente naturale. Politicamente parlando, il risultato (come si dice anche nel libro, tra l’altro) sarà la frammentazione degli artificiali Stati odierni per costruire una serie di comunità indipendenti e libere, fondate sulla sola base dell’appartenenza ad un unico popolo.

Il misterioso finale del libro esamina l’ideale completamento dell’elevazione di uno spirito: il contatto col mistico, con l’assoluto, con la natura che ha guidato Brian e con altro dalla natura che ha guidato Brian. L’incontro con se stesso e con le proprie possibilità, fino a scoprire un potere superiore a sé e prendendo finalmente atto che questo potere è in grado di essere anche all’interno di noi.

Questo è quanto, a meno delle anticipazioni che naturalmente ho scelto di omettere per rendere la tua esperienza, lettore, molto più interessante nel caso questo mio lavoro ti avesse convinto. A livello di trama mancano obbiettivamente molti elementi, a livello del messaggio parecchi dettagli.

Io sto cercando di perseguire una dignitosa pubblicazione con ogni mezzo e alcune case editrici sono già state contattate. In ogni caso, sarei enormemente grato a chiunque decidesse di supportarmi in questo mio sogno: conosci un editore a cui potresti indirizzarmi? Hai qualche mezzo o idea per aiutarmi a pubblicizzare il romanzo? Hai da offrirmi delle occasioni per tenere delle presentazioni anche dal vivo? Hai un sito su cui vuoi scrivere di me e del romanzo? Vuoi anche solo mostrarmi il tuo supporto e/o chiedermi di contattarti quando “Allegra!” verrà pubblicarlo per poter ottenere una copia? Qualunque siano le tue intenzioni, sarei molto contento di essere contattato! Puoi farlo tramite un commento qui sotto o tramite un messaggio su WordPress in generale, oppure anche all’indirizzo email em.allegra@libero.it che ho creato per l’occasione.

Ciao, Ema

P.S.: l’immagine di testa è una delle due possibili copertine che ho fatto realizzare affinché siano proposte alla casa editrice con cui firmerò. Il messaggio che l’immagine dovrebbe comunicare è quella sensazione di vuotezza e di preoccupazione per il progresso anziché per il senso della vita che esprime un ambiente naturale offuscato dalla presenza di qualcosa di artificiale, di finalizzato all’utilità e basta.

 

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Andrea Appino – Il Testamento – Parte 2


Caro lettore,

Continua qui la recensione di “Il Testamento”, album di Andrea Appino, meglio conosciuto come frontman degli Zen Circus, del marzo 2013.

“Fiume Padre” ha uno degli approcci più fedeli ad un rock basilare del disco. Il testo è una fredda esortazione al disincanto: quando una persona si attacca all’amore come unica risorsa, ciò può non funzionare. Appino ci canta di lui che tenta di dissuadere bruscamente la compagna dal basare la sua vita su di lui, lasciandosi andare a parecchie considerazioni su come la speranza sia una cosa assolutamente negativa (filosofia che attraversa l’intero album, in fondo) in quanto bisogna stare con i piedi per terra e agire per cambiare le cose.

“Solo gli Stronzi Muoiono” narra dell’infanzia di Appino quando era un bambino molto scontroso con gli altri, dicendo addirittura che uccideva a sangue freddo gli altri bambini (ovviamente ingigantendo in modo grottesco la realtà). La struttura musicale, si nota, è un po’ anomala per Appino, e infatti questa traccia, insieme a “Schizofrenia” e (un po’ meno) “Fuoco!”, presenta una grossa influenza del produttore dell’opera, Giulio Favero de “Il Teatro degli Orrori”: la chitarra elettrica è suonata in modo così conciso da sembrare nei punti relativamente più melodici un sintetizzatore, mentre la voce ricorda, nelle strofe, la tecnica rap che ravviva l’aggressività di quanto è detto. La traccia è dedicata a uno dei suoi genitori, probabilmente al padre, ed tratta il tema della violenza: derivata dalle difficoltà psicologiche, le sofferenze e una mentalità troppo misantropica, in realtà poi imputata semplicisticamente solo al contesto sociale (come la violenza in tv per i bambini). Nella seconda strofa si incontra un’interessante personificazione del buio, metafora per la paura; nelle strofe principali, invece, si presentano grottescamente gli effetti di una cultura del pessimismo antropologico sui bambini e sugli uomini che diventeranno, effetto amplificato dal coro di voci bianche della fine.

“I Giorni della Merla” sono un punto cruciale dell’opera, tant’è che doveva chiamarsi, prima de “Il Testamento”, “La Festa della Liberazione” o, appunto, “I Giorni della Merla”; musicalmente, essendo dedicata ad un immaginaria figlia di Appino, si presenta come delicata ballata che oscilla tra l’elettronica e la dolcezza di una ninna nanna. Il freddo dei giorni della merla (secondo numerose tradizioni popolari, i più freddi dell’anno) è metafora, ancora una volta, per la sofferenza, che fa sentire vivo Appino, il quale ci racconta la sua vita in chiave immaginaria e molto tragica: figlio di sua madre violentata da suo padre perché consumato dalla routine e dal lavoro eccessivo. L’artista canta, poi, di aver messo su famiglia con una donna che ha messo incinta senza piani o progetti, che però gli ha regalato lo spiraglio di luce in questa vita colma di difficoltà: la sua unica figlia, che illumina grazie alla sua innocenza e immunità al freddo dei giorni della merla. I versi centrali sono densi di significato, poiché riassumono per la prima volta – volutamente – in modo lucido le sensazioni dell’io lirico dell’opera: “tuo padre è innocente/di tutto questo orrore/nessuno gli ha insegnato/a raccontare cos’ha dentro/e lui ha nascosto tutti/i mostri sotto al letto”; innanzitutto, il fatto che Appino racconti il motivo della sua sofferenza fingendo di dirlo a sua figlia e non all’ascoltatore è coerente con la sua chiusura verso il mondo che l’ha convinto a compiere il gesto estremo, poi si noti la ripresa della metafora che associa i mostri sotto al letto (ovvero l’uomo nero che si è già incontrato in precedenza) con tutte le difficoltà della vita, che permette di tracciare un parallelismo con la vita del padre stesso dell’artista, già lasciato intendere nei versi finali di “La Festa della Liberazione”, che addirittura si presta a porsi anche come frecciata al genitore stesso. Musicalmente, la traccia inizia col suono di un vibrafono, a cui poi si sommano effetti elettronici più o meno bassi e grezzi, che comunque concorrono a restituire la sensazione di freddo e vuotezza di cui parla il testo; infine, il ritmo è accelerato egregiamente dall’entrata di batteria, basso e cori (che entrano insieme all’immagine della bambina che porta vita e speranza), andando avanti.

“Tre Ponti” riprende il tema di quando aggrapparsi all’amore come unica risorsa non funzioni, legandosi, insieme, alla finzione della famiglia che nella traccia precedente Appino ha detto di essersi costruito. La traccia si presenta, dal punto di vista musicale, come una traccia ricca e originale, incalzante e spesso arricchita dai più disparati effetti elettronici, presentando inoltre nella parte finale l’unico assolo di chitarra dell’album. Dal punto di vista tematico, invece, si parla dell’instabilità e dell’incompletezza della vita basata unicamente sul nucleo familiare, che costringe la persona a sacrificare dei lati di sé in favore di esso e di generarne di nuovi; “forma mentis”, questa nuova, che viene poi inevitabilmente trasmessa ai figli. Accanto a questo tema, poi, trovano posto anche considerazioni legate al tema principale dell’album e alla sua filosofia e critiche sociali, disposte in modo regolare sulle strofe per dare una sensazione di armonia tematica anche se spaziando in diversi argomenti.

“Godi” è presentata da Appino come citazione, per tono della voce e figure retoriche, di Lucio Dalla; lo stile è molto confidenziale, anche se il clima creato, che prepara ad una canzone chitarra e voce, è sorprendentemente arricchito, senza però esagerare, da una seconda chitarra elettrica che entra in più momenti e in più modi durante la traccia. Il testo continua a saltare da considerazioni di tipo generale a esempi presi dalla vita quotidiana della famiglia di Appino; il tema principale è, comunque, la fragilità delle cose umane e della vita, spesso erroneamente affrontata dall’uomo medio con l’etica del “carpe diem”, del cogli l’attimo (“tu dici: ‘godi/godi adesso che puoi’/e poi che succede?/non si gode più/si apre un cratere/dove cadi giù”), il tutto decorato con preziose allitterazioni, tra le altre figure che compaiono. La prima porzione di testo, inoltre, è dedicata ai godimenti della vita, sempre letti con un’ombra di cattivo presentimento (sottolineato e riassunto, in modo apparentemente casuale, dal “ecco, vedi? lo sapevo”) dell’ultimo verso prima della sezione principale, mentre la seconda porzione è dedicata al disfacimento delle cose belle, come ciclo naturale delle cose. La canzone sembra finire dopo la seconda sezione principale, ma riprende con un’ultima strofa impreziosita dall’anafora del termine “libero”, che conclude introducendo la reazione del malato alla fragilità delle cose – alzando il dito medio, ovvero chiudendosi di fronte al mondo – e insieme riprende il concetto della prima traccia dell’opera.

“Schizofrenia” è divisa tra una sezione dominata da un riff molto curato e bilanciato di chitarra acustica a cui si sovrappone un fischio, a tratti stravagante, e un’altra ai limiti del metal dove torna una voce incalzante e simil-rap, fino a formare la parte più aggressiva e travolgente del disco. A parlarci è la schizofrenia personificata, che però altro non è che la parte di noi stessi influenzata dalle sofferenze che abbiamo patito: ecco che torna il tema del rapporto di odio/amore dell’individuo con sé stesso. Il discorso è pronunciato in modo spasmodico, atteggiamento sottolineato dalla presenza di numerose anafore e metafore. La parte di noi stessi che è nostra nemica è frutto dei nostri dolori, ma finisce poi per influenzare prima le persone che vengono a contatto con noi (“son la tara dei tuoi figli/e l’amante del tuo amore”), poi le nostre stesse idee, rese irrazionali (“sono certo che la guerra/l’hanno vinta i disertori/e che la pace è un’invenzione/di poeti e di scrittori”); per sottolineare le contraddizioni che porta, da questo punto di vista, la malattia mentale, nella seconda parte della canzone si aggiungono copiosamente le figure retoriche dell’antitesi e dell’ossimoro. La terza parte diventa ancora più concitata, ma melodica, per poi collassare nell’insania della parte finale: l’inno dello Stato francese canticchiato in modo sempre più distorto fino a trasformarsi nelle urla di un pazzo, che diventano sorprendentemente un ottimo ponte per passare alla traccia successiva. Infine, il “risperidone” di cui si parla nel penultimo verso della canzone, è, per chi non lo sapesse, il farmaco prescritto solitamente a chi soffre di schizofrenia.

“1983”, il cui titolo vuole suggerire la ripresa del tema dal discorso di Natale tenuto quell’anno dall’allora presidente della repubblica Sandro Pertini, è una chiusura perfetta per l’album. Sotto un arpeggio molto tranquillo, reso malinconico da delicati effetti a sintetizzatore e che stride con l’aggressività della traccia precedente, Appino canta di un uomo qualunque di quella generazione (e inevitabilmente delle successive, se il legame tra ideali dei genitori e dei figli non fosse ancora stato sufficientemente esplicitato) rovinato dalla routine lavorativa. In contrasto con la foto da giovane trovata dell’ipotetico interlocutore, che traccia una personalità di speranza e di voglia di cambiare il mondo, l’arrivo dei figli e del bisogno di incessanti orari lavorativi riduce l’uomo medio ad una vista “a testa china”, rendendo l’umanità sterile di quelle rivoluzioni tanto sognate. Il testo è assolutamente uno dei più belli di tutta l’opera, di cui cito la parte dove, tra l’altro, si associa metaforicamente l’uomo ad una barca: “ma i figli arrivano sempre/quando non te l’aspetti/ed hanno bocche grandi/e mangiano i difetti/che pensavi pregi poco tempo prima/e la barca rema con la testa china/ed i palazzi intorno/crescon come funghi/il lavoro impazza/i giorni son più lunghi/crescono i canali alla televisione/e pensi sempre meno alla rivoluzione”; la metafora, per completezza, è ripresa più avanti in “e la barca affonda/senza un’avventura”. Quando si descrivono i figli che, cresciuti, ringrazieranno i genitori per la loro statura (che s’è trasmessa loro; nella cultura della superficialità conta solo l’aspetto esteriore e quindi non si ringrazia per nient’altro) e lasceranno la loro mano, la base musicale si spezza, mimando in modo eccellente questo gesto; i figli sono condannati ad andare nel “Paese nuovo”, che è un Paese dominato dal conformismo, dalla vuotezza e dalla routine, le cui immagini, decantate dal testo, sono evocate anche da una forte e anomala base elettronica, martellante ma non ripetitiva, che dà sia un’idea di modernità, sia richiama qualcosa come l’idea di una catena di montaggio metaforica.

Questo era “Il Testamento” di Appino, che purtroppo ho scoperto e presento troppo tardi per il tour acustico che è stato svolto. Un grandissimo album, meritevole a ragione del premio Tenco “miglior opera prima” per le produzioni musicali indipendenti nello Stato italiano. Lo consiglio vivamente a chiunque, sia per divertirsi con della musica diretta e accattivante, sia per, contemporaneamente, avere molti spunti di riflessione artistici, filosofici e sociali.

Ciao, Ema

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Andrea Appino – Il Testamento – Parte 1


Caro lettore,

L’opera che recensirò oggi è “Il Testamento” di Andrea Appino, uscito nel marzo 2013 come primo lavoro del frontman degli Zen Circus, gruppo pisano da qualche anno molto popolare nell’ambito della musica indipendente in lingua italiana. Chi conosce il gruppo, però, non si aspetti affatto di trovarne delle tracce: lo stile presentato è radicalmente originale. Col gruppo, Appino era noto per testi dalla carica fortemente ironico e satirico e melodie piuttosto semplici, come in un punk molto meno aggressivo di quello classico; da solista, il musicista rivela un lato di sé molto serio, carico di pathos, e ancora polivalente, versatile sia sul piano tematico che prettamente musicale, ma sempre coinvolgente e diretto. Nella loro produzione in italiano, quella più recente, gli Zen Circus si ponevano spesso come moderni giullari (nel senso buono) che si battevano per diffondere un messaggio profondo attraverso una satira così forte da rischiare in alcuni punti di svalutare la qualità della loro comunicazione – staremo a vedere se quest’abitudine verrà cambiata o rimarrà intatta nel nuovo album, in uscita tra meno di una settimana, “Canzoni Contro la Natura”; per di più, qualche volta m’è sembrato che alcune tracce finali fossero leggermente sottotono rispetto al resto delle loro opere e ancora che qualche sezione conclusiva di loro canzoni fosse un po’ ripetitiva, del genere di quelle parti strumentali che funzionano bene negli spettacoli live per esaltare il pubblico ma che si prestano poco ad un ascolto più riflessivo ed introverso.

Invece, “Il Testamento”, ancora, è radicalmente diverso, e per i miei gusti molto migliore, pur continuando ad apprezzare lavori degli Zen Circus. L’opera è un concept album la cui idea di fondo è molto interessante: il canto straziante di dolore di un Appino suicida, che ha molti spunti per colorarsi di critiche sociali, che lascia il disco come testamento, appunto, alla sua famiglia, intesa però come concetto allargato degli affetti dell’artista, filtrato naturalmente dalla mente inacidita di un uomo che ha sofferto. I testi sono spesso estremamente poetici, ma cangianti in stile e tono quando serve; la musica è sempre orecchiabile e coinvolgente e quasi mai banale, ben attenta a ciò che deve trasmettere sull’onda del progressismo di stampo floydiano, capace di stravolgersi d’improvviso senza stonare. Persino il genere è quasi indefinibile, da tanto le tracce appaiono tra loro e anche dentro di loro, sempre essendo, però, miscelate in modo perfetto: musica cantautoriale, indie rock, elettronica, ballate, rap, metal, folk e svariate altre influenze possono essere trovate in quest’album.

Il proemio all’opera è costituito da “Il Testamento”, traccia che dà il titolo all’album, che si apre con il suono di un complesso d’archi per quasi un minuto, finché sorprende sfociando in una energica sezione a chitarra elettrica, adatta a gettare l’ascoltatore nella vicenda. Con l’acquietarsi della base, Appino entra cantandoci la sua intenzione suicida direttamente dal cornicione da cui si sta per buttare, in un climax che porterà al momento fatale. Già dalla seconda delle dieci strofe, inizia a raccontarci della sua vita, filtrata dal meccanismo freudiano della negazione: ha sbagliato, è stato solo, ha pagato, è caduto, ma a sentire lui è stato tutto per sua scelta e vissuto felicemente, come se non volesse ammettere nemmeno davanti a sé stesso le sue debolezze; nel frattempo, archi e piano si sovrappongono al resto degli strumenti conferendo, là dove serve, un clima ora malinconico ora più energico. L’apice arriva improvvisamente quando avviene l’estremo gesto, quando Appino canta di gettarsi dal cornicione dipingendo il momento con svariate immagini, come se si sforzasse di rappresentarlo in modo positivo a coronazione della sua facoltà di scegliere, che gli dà il diritto di compiere il suicidio; è appellandosi a questa scelta che ci giustifica il gesto: nel momento in cui il suo dolore ha iniziato a condizionare la sua vita e libertà, decide di metterci fine. Infine, si notino i cori che slanciano la potenza delle strofe finali, specialmente grazie al contrasto che si crea tra la linea melodica mantenuta dalla prima voce e le variazioni delle seconde voci.

“Che il Lupo Cattivo Vegli su di Te” è una traccia di stampo gotico, animata principalmente da sezioni a chitarra elettrica dal carattere punk. Dedicata ad un qualche bambino che simboleggia tutta l’umanità, la canzone sembra a prima vista una grottesca e provocatoria “ninna nanna al contrario” (come è già stata più volte definita), ma in realtà si trasforma in un vero canto d’affetto carico di un messaggio importante quanto misantropico. Al bambino si canta di dormire nonostante il clima di violenza e malvagità che regna sul mondo, in cui “dorme per sempre l’agnello di Dio”, abitato dalla gente che vive di maldicenze, ipocrisie e tradimenti. Nella seconda strofa la traccia si carica più chiaramente di un significato profondo: la società moderna, abitata dai “plebei” che un tempo furono focolaio delle rivoluzioni popolari più importanti ma che oggi i media istruiscono al consumismo, costringe l’uomo a “nascondere in fondo al cuore la sua diversità”; l’unico augurio è che il lupo cattivo e gli altri animali veglino su di noi, che ci proteggano gli esseri che vengono demonizzati e ritenuti inferiori dall’uomo moderno (che guarda al progresso e disprezza la natura e la sua natura), quindi che l’umanità riscopra finalmente la sua armonia col resto del creato.

“Passaporto”, aprendosi con una serie di accordi ad organo ecclesiastico che mutano rapidamente in una sezione di chitarra e batteria, ci presenta un testo strutturato sulla metafora di un verbo chiave per reggere il senso della canzone (“passare”), carattere che si trovava già negli Zen Circus. Infatti, la traccia è un’amara esortazione all’attività, il dilemma di quanto tempo convenga impiegare a prepararsi per viaggiare e agire nella vita rispetto a quanto ne rimanga per farlo effettivamente, contando anche l’inconsistenza e la fuggevolezza delle cose e del tempo. Dal punto di vista musicale, la traccia arriva alla strofa chiave articolandosi nella struttura compositiva, per poi fluire in un raffinato arpeggio ripetuto più volte mentre un climax strumentale porta ad una sezione più dura, dominata dalla chitarra elettrica distorta, e ad un nuovo testo, sotto il quale si segnala un arrangiamento di flauti.

“Specchio dell’Anima”, dedicato ad un’ipotetica compagna di Appino, si fa portatrice di una visione dei propri guai come interni a noi: il messaggio è che il nostro peggior nemico siamo noi stessi. La traccia si gonfia di un riff metal rapidamente, fondendo chitarra elettrica distorta a dei sintetizzatori, finché la base si appiana per lasciare spazio, dopo una pausa teatrale, al testo; un testo che degenera repentinamente in una dichiarazione di rancore, odio e misantropia, presto arricchito da un battito selvaggio. Appino si colpevolizza ironicamente per la rottura con la compagna, imputando la colpa alla sua sincerità contro lo squilibrio mentale della sua interlocutrice; la fase che riprende il tema metal della canzone completa il messaggio ribaltando le sorti, ovvero dipingendoci un protagonista paranoico e annebbiato da questo sentimento, che semplicemente tentava di proiettare la sua malattia, sempre in lettura freudiana, alla compagna. Il contrasto tra l’uomo malato che soffre dei presunti orrori di come gli appare l’umanità e tra la realtà del mondo è reso fonicamente dalle diverse voci con cui vengono alternati i termini “paranoia” e “realtà”, il primo urlato con voce distorta e il secondo detto con fermezza e limpidezza vocale. La proiezione del protagonista sulla presunta causa del suo male e la verità di autodistruzione trova compimento nella seconda strofa, in cui il cantante proietta addirittura questo sull’altra, esortandola a ricercare le cause del male dentro la sua guerra interiore tra paranoia e realtà, che però è alla fine propria forse di ognuno di noi.

“Fuoco!” è forse la traccia più semplice musicalmente, ma non un punto dolente perché guadagna in orecchiabilità e approccio diretto senza rinunciare a un messaggio di fondo più che dignitoso. Il fuoco, metaforicamente, è la parte dell’uomo che diffida dai suoi simili, che può sfociare in guerre come succede continuamente nella storia e che viene messo a dura prova, qualche volta non felicemente, nell’esperienza dell’amore. Questa parte della natura umana, probabilmente ingigantita da un Appino (ovviamente nella finzione artistica) malato, si rivela difficile da gestire, in quanto può portare ad un’illusoria ultrasocialità se soffocata oltremodo (“tutta questa fretta di passare l’inverno/e scoprire che l’estate è solo un altro inferno”, con “inverno” ed “estate” come metafore per i periodi della vita vissuti rispettivamente soli e in compagnia), oppure in un odio ingiustificato e alla fine insostenibile verso gli altri se troppo assecondata. Infine, è apprezzabile l’anafora della parola tempo con cui si apre il testo: “il tempo delle mele è finito da un pezzo/è tempo di bruciare come si faceva un tempo”.

“La Festa della Liberazione” è una deliberata citazione di “Desolation Row” di Bob Dylan, da cui viene ripresa la struttura; la canzone, in stile folk e dominata soprattutto da chitarra acustica e armonica a bocca, è una concessione fatta al tipico cinismo satirico alla Zen Circus, affrontato però con quel pizzico in più di compostezza che gli permette di non allontanarsi troppo dal clima del resto dell’opera. Non senza ricorrere a parecchie citazioni di membri della sua famiglia, il messaggio di Appino è ancora una volta profondo: la gioventù che, vivendo nella bambagia di una società in cui i problemi sembrano risolti e si è sempre in clima di festa (come il giorno della festa della liberazione), non ha più il contatto con la realtà della vita in cui bisogna attivarsi per combinare qualcosa e non rimanere inermi burattini della superficialità, infatti “sbronzi d’autorità”. Il tema della superficialità viene periodicamente richiamato da metafore che hanno per oggetto concetti del campo semantico sessuale, a ricordare l’ossessione del mondo dei media per questo campo; sotto l’ottica di questa mentalità, per esempio, perde valore quella del nonno di Appino, presa ad emblema di una generazione impegnata a lavorare duramente per migliorare il mondo e che ha tra l’altro permesso a quelle successive di festeggiare questa oltraggiata festa della liberazione. La poca profondità della gente del terzo millennio, poi, si riflette anche in una religiosità piatta e fatta di superstizioni e tradizioni inutili, capaci di deviare la mente dei falsi fedeli e di fargli ripudiare una spiritualità sana.

“Questione d’Orario” riflette sulla salute mentale in modo originale: essere considerati normali dalla società è solo una questione di esprimere l’opinione più consona al momento nel momento giusto, metaforicamente di salire sul treno giusto quando è opportuno. La canzone prende in esame il caso particolare del papà di Appino e di sua madre. Con lui, rampollo di famiglia conservatrice e cattolica, l’artista dice di aver avuto un rapporto parecchio conflittuale perché il suo non aver affrontato adeguatamente alcune difficoltà della vita l’hanno portato a conservare una mentalità da bambino, motivo per cui tornerà e s’è già presentato più volte nell’album. Infatti, il papà, ancora bambino ma già confuso e/o portato a confondersi (“vestito da bambina”), sta viaggiando trascinato da sua madre e dalle sue idee sul treno sbagliato (quindi verso la pazzia). Come ombra dietro a questo viaggio si cela l’uomo nero, il babau dei bambini, che diventa metafora, qua e più avanti, delle nevrosi del padre, che arriverà più tardi a dominarne la vita. Infine, nelle sezioni caratterizzate da una frenetica e opprimente sezione a chitarra elettrica, si cela anche un riferimento, probabilmente, allo pseudo-razzismo tra Nord e Sud dello Stato italiano tipico di una mentalità conservatrice.

Ciao, Ema

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L’esperienza è solo un tipo di conoscenza


Caro lettore,

La scuola filosofica degli Stoici, nata nell’antica Grecia, riuscì a influenzare notevolmente la mentalità del mondo, poiché fu accolta a braccia aperte anche, successivamente, da molti uomini di potere dell’antica Roma, e di riflesso si trasmise nelle epoche seguenti fino anche alla nostra. In particolare, semplificando, la loro teoria riguardo alla conoscenza delle cose era questa: non si potrebbe conoscere niente finché non lo si è toccato con mano, finché non se n’è fatta esperienza in prima persona. Questo fu uno dei tratti stoici che più sopravvisse nel tempo. Per esempio, ne troviamo abbondanti tracce nel Rinascimento, specialmente tardo, che ha visto la nascita della rivoluzione scientifica: il metodo scientifico che ne derivò, e non meno i pensieri che ci contribuirono, indicavano l’esperimento (ovvero la presa di coscienza diretta sull’evento da osservare) come fonte insostituibile di convalida della tesi sostenuta.

In altre parole, solo se la tesi è confermata dall’esperimento ad essa funzionale può essere ritenuta valida, altrimenti no. Il che non è sbagliato. Sulla scia di questa intuizione, però, sembra che la mentalità contemporanea abbia preso troppo a piene mani dalla centralità dell’esperienza che suggerivano gli Stoici. Rimanendo nel campo dell’esperimento scientifico, oggi a molti verrebbe naturale sostenere, in fin dei conti, addirittura un estremismo di questa idea: se una tesi non è ancora stata provata sperimentalmente, non può essere valida. Facendo così, l’esperienza diventa un valore inestimabile e assolutamente necessario, non più solo un utile ma teoricamente superfluo aiuto e strumento di verifica. Questa credenza, alla lunga, ha fatto filtrare anche alcune opinioni decisamente erronee, seppur dibattute ancora; per esempio, un adulto è ritenuto da molti, a prescindere, più intelligente e più abile di un giovane, solo perché ha acquisito più esperienza e quindi (solo secondo l’estremizzazione della teoria stoica di cui si parlava) conoscerebbe meglio il mondo – per non parlare di quando, addirittura, ci si attacca morbosamente all’arbitraria età di 18 anni, decisa (giustamente) a tavolino per legge come traguardo di acquisizione di esperienza, come spartiacque tra infanti e saggi.

Una delle frasi ricorrenti su molti social network – ma potrei probabilmente citarne a decine con significato analogo – è, non a caso, la seguente, originariamente di Pirandello: “Prima di giudicare i miei atteggiamenti e il mio carattere, metti le mie scarpe, percorri il mio cammino. Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduta io, ma soprattutto, trova il coraggio di rialzarti come ho fatto io.”, che viene spesso assurdamente trasformata e applicata come “Non puoi giudicare se quello che faccio è bene o male perché tu non conosci il mio passato”. Ovviamente, queste sono grandi falsità: la ragione è tranquillamente in grado, obbiettivamente, di determinare se qualcosa è giusto o sbagliato indipendentemente da se il soggetto pensante ha vissuto o meno la situazione in questione in prima persona. Solamente, spesso ci si attacca al fatto che qualcuno che non ha mai vissuto coscientemente qualcosa manca di questa stessa sensazione.

Possiamo arrivare a sfatare questo mito analizzando appunto questo concetto, che in filosofia prende il nome latino di “quale” (plurale: “qualia”). I qualia, definiti così per la prima volta dal filosofo e psicologo Daniel Dennet, sono appunto gli aspetti qualitativi delle nostre esperienze coscienti, ciò che non possiamo descrivere a parole di quello che proviamo in seguito ad un’esperienza. I qualia, osserva Dennet, hanno quattro caratteristiche fondamentali: sono ineffabili, quindi non è possibile per definizione trasmetterli a parole, intrinsechi, ovvero elementi semplici e non riconducibili ad altri, privati, non paragonabili a quelli di altri soggetti, e direttamente apprensibili, ovvero immediate e non influenzate pertanto dalla coscienza.

Proprio per questa loro ultima caratteristica, sono unici: non è possibile dimostrare ed è anche piuttosto improbabile che ogni persona provi esattamente la stessa cosa in risposta ad una percezione analoga. Infatti, il quale specifico per ogni tipo di esperienza è ragionevole pensare che derivi dal connubio della psicologia, del contesto, del vissuto, della personalità e della mentalità del soggetto, cose strettamente legate alla sua soggettività. Già da questo possiamo intuire che sia stupido basare la ricerca del bene e del male solo sull’esperienza, in quanto non può aspirare assolutamente a costituire un criterio oggettivo di conoscenza; dato che abbiamo precedentemente dimostrato che esiste una verità e che è possibile individuarla, dobbiamo cercare di capire che parte siano i qualia della nostra conoscenza di una cosa.

Uno dei primi a dare una risposta interessante a questo tema comprendendo questa intuizione (seppur non avesse ancora definito il termine “quale”) fu il seicentesco francese Blaise Pascal. Egli teorizzò, giustamente, che l’uomo conosce le cose automaticamente in due modi distinti, grazie a due facoltà: lo “spirito geometrico” e lo “spirito di finezza“. Il primo corrisponde all’approccio razionale verso la novità, alla comprensione concettuale dell’oggetto e all’eventuale progettazione di cosa fare in merito ad esso, mentre il secondo corrisponde grossomodo ai moderni qualia. Più avanti Pascal criticò le precedenti scienze e la precedente filosofia per il loro eccessivo attaccamento allo spirito geometrico, ma questa è un’altra questione: ciò che conta è che riuscii finalmente ad isolare due diversi aspetti della conoscenza.

Quando conosciamo qualcosa, dunque, ne apprendiamo un significato oggettivo e uno soggettivo. Bisogna che l’uomo di ragione sappia distinguere i due e capire la loro funzione. Il primo, infatti, è l’unico necessario al discorso razionale e quindi alla ricerca della verità; in altre parole, esso è il nostro adattamento ad un linguaggio con cui poter trasmettere e comprendere un concetto. La verità, il giusto e lo sbagliato, si compone di concetti, non di sensazioni, così come si compone di oggettività e non di opinioni, perciò si nota come l’esperienza non possa essere assolutamente indispensabile per individuarla.

Per capire meglio il concetto, è utile citare l’esperimento dello spettro invertito, proposto per primo da John Locke. Immaginiamo che due persone vedano una fragola, e che la prima la percepisca, parlando di qualia, di colore rosso, mentre la seconda di colore verde; tuttavia, entrambe le persone diranno che la fragola è rossa, semplicemente perché hanno imparato ad utilizzare un linguaggio in cui il proprio personale quale legato all’esperienza della vista della fragola è associato al concetto di “rosso”, anche se, nonostante ciò non sia comunicabile per colpa dell’ineffabilità dei qualia, rappresenta a livello soggettivo due sensazioni diverse. Possiamo notare come, in ogni caso, la ricerca della verità (mettersi d’accordo sul colore della fragola, nel banale esempio citato) rimanga oggettiva e slegata dalla conoscenza soggettiva.

Invece, per comprendere come la conoscenza di un fenomeno possa essere slegata dalla sfera percettiva, si può esaminare un articolo uscito nel 1986 per una rivista australiana, intitolato “Ciò che Mary non sapeva“, di Frank Johnson. Immaginiamo stavolta di avere Mary, una donna cresciuta tutta la sua vita in una stanza senza finestre, senza specchi, dove tutto è bianco e nero, e comunque messa in condizione di poter vedere solo e unicamente il bianco ed il nero; ma immaginiamo anche che Mary, appassionata di neurochirurgia, possa accedere ad un manuale riguardante la percezione dei colori da parte del cervello. Studiando, la donna potrebbe arrivare a conoscere perfettamente cosa voglia dire vedere un colore, in modo che nulla sull’argomento le possa sfuggire. Eppure, se Mary un giorno potesse uscire dalla stanza e vedere realmente i colori, nonostante non potesse apprendere nulla di più sull’argomento, indubbiamente imparerebbe qualcosa di nuovo. Questo non è un paradosso: semplicemente avrebbe acquisito dei nuovi qualia legati a nuove esperienze, e questo significa che l’esperienza serve sì a conoscere, ma a conoscere principalmente delle cose slegate dall’ambito della ricerca della verità. Infatti, Mary conosceva razionalmente tutto quello che avrebbe potuto mai servirle sull’argomento.

Perciò, è assolutamente vero che l’esperienza possa, in quanto generatrice di qualia, aiutare a comprendere le cose, ma sembra evidente come non sia assolutamente indispensabile per la conoscenza: finalmente, una persona con meno esperienza ma più addestrata all’uso giudizioso della ragione è potenzialmente migliore con una più esperta. L’esperienza è né più né meno come Tommaso d’Aquino, il principale fondatore della moderna dottrina cristiana cattolica, intendeva la grazia divina: un valido aiuto, ma non indispensabile, teoricamente, per la salvezza e il raggiungimento della verità.

Ciao, Ema

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Pink Floyd – Meddle


Caro lettore,

L’opera che recensirò oggi è “Meddle” dei Pink Floyd, disco del 1971. Questo disco non è ancora propriamente un lavoro abbastanza compatto da poter essere definito in sé un capolavoro, ma è importante, se non per la traccia conclusiva “Echoes”, per il grande sperimentalismo che lo caratterizza. Infatti, se l’album precedente (“Atom Heart Mother”) è ufficialmente quello che ha segnato l’ingresso del gruppo nel genere del rock progressivo, abbandonando gradualmente il rock psichedelico, “Meddle” è sicuramente quello in cui lo stile musicale inizia a indirizzarsi verso il rock progressivo di vero stampo floydiano. Lo sperimentalismo si esprime in tecniche nuove di composizione e registrazione, in suoni ricercati, in esperienze di “musique concrète” (inserire rumori di contesti extramusicali in brani per ragioni espressive), nella profondità dei temi trattati e nella subordinazione delle esigenze estetiche e prettamente musicali al messaggio da trasmettere; caratteristiche, queste, già presenti nella mente del bassista Roger Waters e che emergeranno sempre più nei dischi successivi e nei suoi lavori da solista (basti pensare che il disco successivo a questo è “The Dark Side of the Moon”).

Già l’inizio della strumentale “One of These Days” è innovazione: il basso di Waters reso martellante da distorsioni da chitarra, che va a formare la base minacciosa, insieme, poi, a batteria, organo, chitarra ed effetti vari, di una tempestosa cavalcata rock. Sebbene il tema dell’odio e della violenza non sia trattato in modo diretto e compatto, come successivamente sarebbe stato di regola per i Pink Floyd, in modo ancora un po’ psichedelico l’utilizzo sperimentale degli strumenti e della struttura musicale comunicano splendidamente le giuste sensazioni all’ascoltatore: il pezzo è una feroce dedica di Roger Waters ad un disk-jockey della BBC con cui evidentemente non aveva assolutamente buoni rapporti, ed esso procede inasprendosi fino ad arrivare, circa a metà traccia, alla frase “One of these days I’m going to cut you into little pieces” (“Uno di questi giorni ti ridurrò in piccoli pezzi”), dopo la quale assume le fattezze di una vera cavalcata, impreziosita alla fine dal suono del vento.

Alla forza di “One of These Days” si oppone “A Pillow of Winds”, collegata ad essa dal suono del vento e caratterizzata da un arpeggio delicato impreziosito da una melodia dolce a chitarra elettrica pulita. La canzone è, straordinariamente per il gruppo, una canzone d’amore, piuttosto screditata in termini di valore artistico perché alla stregua, effettivamente, di una traccia di riempimento, anche se musicalmente rimane ben curata. Altro punto di sperimentalismo in questo pezzo è il mutamento della base, che diventa più scura quando il testo inizia ad entrare nel campo semantico della notte, esempio dell’estetica a servizio del messaggio espresso.

“Fearless”, invece, si pone come innovativa per due motivi. Innanzitutto, la genesi della composizione, che è piuttosto singolare: Syd Barrett, primo leader dei Pink Floyd da tempo ritiratosi, usava comporre scordando a caso la sua chitarra per trovare nuovi suoni, e questa traccia è appunto nata da una delle sue preferite accordature casuali; soprattutto, però, spunta il testo, scritto da Roger Waters, che inizia a toccare (anche se in modo piuttosto astratto e acerbo) temi profondi come il passare del tempo, l’insicurezza e il pessimismo antropologico. Inoltre, in coda alla canzone svetta “You’ll Never Walk Alone”, coro di molte tifoserie inglesi e registrato per l’occasione direttamente dalla curva del Liverpool.

“San Tropez”, in barba alla richiesta della casa discografica di realizzare una canzone allegra per aumentare le vendite, maschera da canzonetta un altro tema profondo, quello della felicità dell’uomo che è solo apparentemente data dal lusso e dal relax della vacanza. Sotto un motivetto dai richiami jazz, che intervalla canto e assoli di chitarra e di piano, si criticano infatti questi aspetti rappresentando l’uomo che, insoddisfatto, seppur servito e riverito nella località vacanziera di San Tropez, decide di tornare a casa dalla moglie.

“Seamus” è un breve e giocoso pezzo blues, caratterizzato da guaiti e versi del cane a cui è dedicata la canzone, il cane che dà il titolo alla traccia. Il tema piuttosto sbarazzino e il messaggio praticamente assente, in pieno accordo con la tradizione da cui è esasperatamente attinto lo stile musicale del brano, prepara tuttavia, per contrasto, il terreno per il prossimo passo.

“Echoes”, il brano conclusivo, è una poderosa suite di circa 23 minuti, dai toni estremamente epici che entrano in contrasto con la semplicità e l’eterogeneità del resto dell’album; il valore artistico del pezzo è tale che sarebbe una delle pochissime canzoni che da sole possono permettersi di essere definite opere d’arte. Composta a otto mani come poche opere dei Pink Floyd, è distinta in due momenti, provvisoriamente chiamati, alla genesi della traccia, “The Son of Nothing” e “The Return of the Son of Nothing” (“Il Figlio del Niente” e “Il Ritorno del Figlio del Niente”). Comincia con il famoso “Si” suonato con pianoforte distorto da effetti che richiama il suono del sonar di un sottomarino, ripetuto mentre si insediano prima il piano elettrico, a tratti cacofonico, poi l’organo, il baso, la chitarra suonata dolcemente e infine degli effetti percussivi; successivamente, si apre la prima strofa cantata, una sezione piuttosto dura e dominata dalla chitarra elettrica, una sezione funk, un’altra decisamente cacofonica e per finire un’altra strofa e un’altra sezione analoga a quella che ha seguito la prima fase cantata. Si segnala un’altra perla di sperimentalismo alla fine, ovvero la traccia si dissolve con un suono che sembra alzarsi di tono in modo indefinito: è una Scala Shepard, una sezione studiata dallo psicologo da cui prende il nome che prevede delle scale ascendenti suonate su ottave differenti, la cui diversa regolazione nella dissolvenza del volume garantisce questa particolare illusione uditiva di infinita variazione di tono.

Ancora lontana dalla tipica attitudine floydiana a comunicare messaggi intricati e profondi in modo chiaro e diretto, “Echoes” si presta a un’interpretazione molto criptica, in accordo col clima misterioso che evoca la base musicale. La lettura classica della traccia è che richiami il tema della solitudine: il sottomarino che sonda il mare, che è il mondo nel quale è immerso alla deriva, è l’uomo, il quale ricerca i propri simili, ottenendo come risposta i primi affetti (ogni tanto anche negativi, stonati, come alcune note del piano elettrico); il testo cantato che si inserisce dopo, oltre a rinforzare la metafora sottomarino-uomo, descrive la scalata di quest’ultimo verso l’integrazione con i propri simili, mossa dalla difficoltà e dal dubbio del sapere cosa fare in questo mondo in cui è gettato. La sezione della chitarra elettrica rappresenta la lotta dell’uomo con le proprie insicurezze e l’energia dei propri successi ed insuccessi, ed è infatti seguita a ruota dalla sezione funk che mira, più che a comunicarci qualcosa di definito, a imprimerci la sensazione della gioia della realizzazione nel nostro obbiettivo di integrarci, non senza note di attrito e imperfezione. Quando questa sfuma nell’inizio della seconda parte della suite, sopraggiunge un’atmosfera misteriosa ed inquietante, in cui il suono iniziale del sonar muta in un disperato verso di animale marino fortemente distorto, inizialmente corrisposto dai suoi simili, sempre più in lontananza, e poi, in un crescendo di tensione, sempre più isolato: è l’uomo nei momenti in cui il suo equilibrio si sfascia, ed è disperatamente abbandonato di nuovo in balia di sé stesso nel mare della vita, ma stavolta non con la semplice incertezza dell’infante, ma con l’amarezza di chi ha scoperto cos’è la compagnia e fa esperienza della solitudine. Il motivo si perde lentamente a favore di una nuova sezione strumentale, in cui i versi tornano il verso del sonar, che inizia ad essere nuovamente corrisposto; ciò simboleggia il fatto che l’uomo, dopo aver imparato a stare solo, può arrivare a sopportare i momenti di solitudine in armonia, favorendo così l’arrivo di nuove interazioni, che, come descrive il testo che sopraggiunge successivamente, lo porteranno a riacquistare la voglia di cercare relazioni e combattere.

Un’altra interpretazione, non per forza in contraddizione con la prima, vede “Echoes” non come incentrata sulla natura dell’uomo ma sulla sua genesi e il suo rapporto con Dio o con la così definita immagine che si fa riguardo al mistero del creato. I sostenitori di questa tesi vedono nel suono iniziale la goccia della vita che cade nel mondo dell’uomo e inizia a popolare l’universo. Sotto quest’ottica, la prima strofa descrive lo smarrimento dell’uomo di fronte al mondo che lo circonda e alla sua vita e la sua voglia di conoscerlo, accompagnata e forse legata al suo sconforto, mentre le sezioni strumentali potrebbero continuare a parlare rispettivamente del suo impegno nella realizzazione dei suoi obbiettivi, della gioia per averli conquistati e nell’improvvisa disperata perdita di fiducia e di contatto con il mondo. La seconda strofa, in linea con la ripresa di fiducia in sé dell’uomo, parla invece dell’unione con Dio, della comprensione del legame di sé con il resto del creato e con la volontà di armonizzarsi con esso, per poi sfumare serenamente nell’effetto finale, che richiama l’atmosfera incontrata all’inizio della traccia: il vento della morte che pone l’uomo nella condizione di non esistenza da cui è stato generato, di cui l’effetto sopra citato della Scala Shepard suggerisce l’idea dell’eternità.

Vale la pena ascoltare quest’album, specialmente per esempi ispiratori di sperimentalismo e per quel grande capolavoro che è “Echoes”, ovviamente.

Ciao, Ema

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La verità tra caos e stabilità


Caro lettore,

Il fatto che la verità, lo stato ideale di ogni cosa a cui l’agire di un uomo dovrebbe tendere, in fiducia di averla individuata correttamente, è oggettiva, lo prova la sua discendenza dalla logica umana che dovrebbe essere basata sulla realtà anch’essa oggettiva del mondo. Ovviamente questo è possibile tramite la conoscenza della propria natura in sé e in rapporto con quella delle cose e tramite la trasmissione delle proprie percezioni – non senza compromessi, per forza di cose – con le regole ragionate di un linguaggio che ci accomuni a dei nostri simili. Tuttavia, esistono molte posizioni che affermano che in realtà la verità non sia oggettiva, ma mutevole, completamente soggettiva (pensieri sofisti) o inesistente/inafferrabile (pensieri scettici); tutte posizioni sbagliate, ma fondate su una cosa che dobbiamo ammettere e che ci costringe ad analizzare molto bene la natura stessa della verità per capire come dimostrarlo: essa è assoluta, ma possiede anche del relativismo dentro di sé.

Ogni persona ragionevole concorderà che, per quanto sia bene andare cercando qualcosa di assolutamente buono, un principio o valore secondo cui agire per il maggior numero possibile di casi, una cosa giusta non è detto che sia sempre giusta. Le cose assolutamente giuste sono piuttosto poche, e sono quelle più importanti e legate più intimamente alla realtà stessa nel suo insieme. Ma questo non vuol dire che la verità non sia oggettiva: lo è in quanto è strutturata secondo un criterio oggettivo, la logica. Però può essere interessante capire come si possa interpretare la composizione della verità stessa per comprendere cosa ci sia di propriamente assoluto e cosa di relativo in essa.

Ciò che rende la verità vista dalla prospettiva di un uomo in parte relativa è proprio la presenza del fattore umano, di sé stesso. Qualunque essere del creato agisce mosso da altro o dai propri istinti, ma comunque sempre dalla volontà della natura stessa: se la perfezione di una cosa è realizzarsi come tale, tutto ciò che è naturale è perfetto da solo. L’uomo non differisce da questo, ma la sua peculiarità di eccellere e di dover eccellere nell’uso della ragione lo investono di qualcosa che lo distingue dal resto della natura (attenzione: non qualitativamente), ovvero il libero arbitrio; l’uomo può tendere a un tipo di perfezione diverso da quello del resto della natura, perché, sebbene questo non sia del tutto estraneo ad altri esseri viventi che posseggono ragione, può godere del libero arbitrio. La perfezione delle cose umane è più difficile da raggiungere, ma è superiore: consiste nel muoversi all’interno delle condizioni date dalla natura (senza trasgredirle, come al giorno d’oggi spesso si fa) piuttosto che seguire istruzioni precise. Tuttavia, questo implica che l’uomo possa anche sbagliare nel comprendere e applicare la verità, quindi, nella sua posizione privilegiata, egli è l’elemento di potenziale imperfezione della natura.

Questo si traduce nel fatto che la verità secondo l’uomo è, appunto, in parte relativa e in parte assoluta. Nello specifico, alla parte assoluta basata sulla realtà delle cose, sulla loro natura e su quella dell’essere umano stesso, si affianca una parte relativa integralmente umana, bipartita: l’assolutismo ontologico coesiste con il relativismo delle cose morali e il relativismo di ciò che dà gioia.

La morale, che è un po’ l’etica dei singoli casi, è piena di relativismi: una cosa immorale, se si rivela necessaria, in un determinato caso dev’essere accettabile, come una cosa normalmente passabile può diventare illecita in certe condizioni. Oppure, allo stesso modo, entro certi limiti dei comportamenti ritenuti stupidi/immorali per determinate culture possono diventare giustificabili per altre, e cose diverse possono essere non incoerentemente accettate da popoli diversi.

Allo stesso modo, è relativo ciò che dà gioia a una persona, ciò che piace. Infatti, dividendo la felicità in serenità e gioia, e siano la prima il soddisfacimento dei bisogni primari dell’uomo (che sono comuni a tutti) e la prospettiva di garantirseli stabilmente e la seconda il risultato di ogni attività che dà piacere, appare chiaro che la prima imponga linee guida assolutamente giuste, mentre la seconda possa essere acquisita in modi diversi. In parole povere, ogni uomo può avere piacere da diverse attività e preferirne alcune piuttosto che altre, e ciò non è contraddittorio di per sé, ma dipende dai gusti personali di un individuo, a sua volta influenzati dal suo vissuto, dalle sue inclinazioni naturali e dai suoi talenti.

Ma sia la morale che lo studio della gioia non sono relative integralmente: alle radici sono basate su parte della realtà oggettiva e quindi della verità assoluta. Queste parti dipendono entrambe dalla natura umana, ovvero da ciò che nell’uomo c’è di oggettivo e assoluto, nella sua struttura che lo lega qualitativamente al resto del creato: rispettivamente, nello specifico, ci si riferisce a ciò che nell’uomo c’è che determina quello che risulta sommariamente accettabile e a ciò che sta alla base della gioia (ovvero dà piacere, in fondo, tutto ciò che direttamente o indirettamente fa sentire l’uomo forte e sicuro, per approfondire vedi l’articolo apposito “L’equilibrio è la chiave della felicità”). Ecco ora dimostrato che la verità non è assoluta e immutabile, inamovibile, ma non è neanche tutta relativa: è un giusto mezzo tra le due cose, in barba alle accuse di dogmatismo e di sofismo; non per questo, però, la sua oggettività rischia di venir meno, perché è basata sui solidi fondamenti del nostro mondo.

Ciao, Ema

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